Le migrazioni hanno caratterizzato la storia dell’umanità fin dai primordi e sono, pertanto, un fenomeno connaturato all’evoluzione della civiltà.

Non dobbiamo, conseguentemente, guardare con stupore ai flussi di migranti che giungono in Italia e in Europa alla ricerca di una nuova vita, ma abbiamo il dovere di affrontare questa situazione con lucidità e in modo scevro da pregiudizi ideologici di sorta.
Come affrontare, quindi, l’”emergenza” immigrazione in Italia?
Certo non con proclami che hanno il solo scopo di ottenere consensi in modo facile, scuotendo la parte più emotiva dell’essere umano; né con un’accoglienza assistenzialistica fine a sé stessa.

Posto che è necessario garantire l’osservanza delle leggi in vigore sull’immigrazione, bisogna, al contempo, abbreviare i tempi di attesa per la definizione delle singole pratiche e attuare un piano di coinvolgimento sociale dei soggetti giunti sul nostro territorio, che miri a renderli parte attiva della vita quotidiana, attraverso l’impiego in lavori di pubblica utilità, tutelando la loro stessa dignità.
Un simile coinvolgimento consentirebbe, inoltre, a ciascuno di essi di farsi conoscere nelle rispettive realtà locali come individuo, con i propri pregi e difetti, e non come numerico componente di una informe massa di “migranti”, cosa che favorirebbe l’abbattimento dei pregiudizi basati sui classici stereotipi.

Come può, dunque, lo Stato agire per conseguire questi risultati, passando dalla fase di emergenza strutturale in cui ci troviamo, ad una fase di gestione ordinaria, caratterizzata da tempi scadenzati e percorsi determinati?
Da una parte è necessario rivedere le norme sull’immigrazione e non fingere di ritenere che i permessi di soggiorno per lavoro rilasciati a cittadini extracomunitari siano veramente il frutto di una ricerca di lavoratori all’estero e non, piuttosto, una sorta di sanatoria mascherata per quanti sono già entrati clandestinamente nel nostro Paese. Gli stessi che, trovato un datore di lavoro disposto ad assumerli, mettono in scena tutta la rappresentazione necessaria, magari dopo aver vissuto per anni ai margini della società alimentando il mercato del lavoro nero, con il conseguente abbattimento del livello salariale complessivo. Dall’altra occorre aumentare l’organico del personale addetto all’espletamento delle pratiche immigratorie.
In secondo luogo occorre che i Comuni interessati dalla presenza di soggetti a carico della comunità definiscano i percorsi per il loro impiego in lavori di pubblica utilità, superando l’attuale fase di mero assistenzialismo ed intraprendendo un percorso responsabilizzante ed inclusivo.

Giovanni Porcino e Davide Schirru

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