IL MANIFESTO

 

INDICE

 

  1. Manifesto per l’affermazione di valori e d’identità
  2. Valori guida. I valori della partecipazione e della solidarietà
  3. Principi non negoziabili
  4. Perché siamo nati
  5. L’Azione
  6. Il fallimento del leaderismo
  7. Quali regole ci siamo dati – Il nostro Statuto
  8. Un “Progetto Paese “ per l’Italia
  9. Gli assi portanti del “ Progetto Paese “
  10. Oltre lo Stato, la Persona

 

1 – Manifesto per l’affermazione di valori e identità

 

Persone di culture e fedi diverse che si uniscono per fini nobili, anche se non in linea con le tendenze della società globale.

Persone che conoscono l’Italia e gli italiani per un loro precedente impegno in politica.

Persone che hanno imparato a loro spese come siano effimere e sbagliate  le decisioni prese senza aver ascoltato e capito le esigenze  e i problemi di quanti saranno poi chiamati a metterle in pratica.

Persone che mettono insieme le loro esperienze per riprendere un lavoro che oggi non si fa più.

Non lo fanno gli italiani i quali si stupiscono e inorridiscono nel leggere le analisi sul loro paese di politici, studiosi, organismi stranieri.

Non lo fa la politica, che stupisce e inorridisce per i giudizi che di essa danno gli italiani.

Noi crediamo che in questi ultimi anni l’Italia sia cambiata molto e che sia diventata una grande incompresa e ciò spiega i ripetuti fallimenti politici e sociali.

Abbiamo l’impressione che su questioni delicatissime e di grande importanza per il nostro Paese gli interventi assomiglino piuttosto a scommesse fatte con la mano sugli occhi.

Vogliamo lavorare perché dall’Italia scompaia quel gigantesco gioco d’azzardo sul quale si regge attualmente, con i giocatori che non dividono la posta ma le poche vincite, mai le perdite.

Noi sappiamo che prima di tentare un’operazione di buon costume politico è indispensabile una campagna d’ascolto che non si limiti alle indagini statistiche e ai sondaggi.

Noi questo ci proponiamo di fare e, pur consapevoli della modestia delle nostre forze. Sappiamo che il lavoro al quale ci accingiamo potrà essere perlomeno utile in questa nostra situazione nazionale.

Osiamo parlare di fini nobili perché, in tempi nei quali molti filantropi non conoscono neanche il significato di questa parola, la nostra, se ci riusciamo, ci appare una grande impresa.

L’Italia che vogliamo è un’Italia che cresca in termini economici ma anche in termini di coesione sociale, che riesca ad includere tutti i cittadini in un progetto il più possibile condiviso, che sappia dare opportunità di un lavoro appagante a tutti , che renda possibile e faciliti il ricambio sociale; che sappia riconoscere , coltivare e premiare il merito nell’interesse primario della Collettività.

L’Italia che vogliamo e un’Italia che, attingendo alla sua storia, alle sue migliori tradizioni e alla sua cultura, sappia elaborare un suo stile di vita e ci risparmi lo spettacolo avvilente di una rincorsa acritica di stili di vita che non ci appartengono; che sappia conquistarsi o riconquistarsi la stima e il rispetto dei grandi consessi internazionali.

L’Italia che vogliamo è un’Italia che sappia dire la sua sui grandi problemi del mondo : come la  corsa al riarmo, le  tensioni internazionali, il terrorismo, l’emigrazione, la fame nel mondo. E’ un’Italia che sappia elaborare idee, che sappia fare proposte ispirate a quel senso di umanità, di giustizia e solidarietà che costituisce il tratto tipico, per fortuna non ancora smarrito, della sua gente.

Al disegno dell’Italia che vogliamo deve accompagnarsi un grande e impegnativo Progetto che sia capace di condurci alla meta.

La democrazia parlamentare sta diventando, sempre più, un grande imbroglio, una specie di teatro degli illusionisti, una fiera dei giocolieri dove al cittadino viene sottratto ogni potere di scelta, dove il baratto vince sempre, qualunque carta scelga l’elettore. Le riforme costituzionali, i ritocchi legislativi, le promesse e i proclami non sono terapie politiche, ma atti preagonici di una società imprigionata dal materialismo pratico imposto da una casta di governanti miope, incapace e spesso corrotta.

Solamente una nuova Visione a sostegno di un sistema democratico, basato sulla qualità, sull’onestà, sul merito e sul disinteresse, solamente una nuova e diversa Politica sostenuta dallo spirito  di servizio e dagli ideali del solidarismo, generata dal popolo del volontariato, nata dalle terre della marginalità e della sofferenza, può produrre le giovani energie per selezionare una classe dirigente ispirata al bene comune e tesa a costruire l’avvenire.

Gran parte del mondo vive battuto da costanti venti di guerra nel nome  di religioni o di false contrapposizioni culturali, pur sapendo che a determinarli sono solo le logiche di potere e di sete di danaro.

Sembra impossibile immaginare un percorso ma unendo e saldando le forze Libere e Solidali, collegando e organizzando  il popolo della solidarietà, una Nuova Società è possibile.

E’ difficile riuscire a cambiare rimanendo uguali, non c’è bisogno di una Ri-voluzione, benché meno violenta. C’è bisogno di un’Evoluzione, un’Evoluzione di pensiero e di azione.

Abbiamo il dovere di Evolverci, di migliorarci, abbiamo il dovere di riportare al Centro un Pensiero che si fondi su Valori e Principi chiari e che si espliciti in Azioni.

Il malessere sociale di oggi può essere curato solo se abbiamo la forza di riscoprire i Valori fondanti e ciò che ci unisce e lega agli altri.

Dobbiamo ritrovare il senso di responsabilità, la forza di lottare per il bene comune. C’è la possibilità di creare una nuova società, Libera  e Solidale. Il Paese solidale. E’ il popolo della solidarietà, che coltiva il bene comune, che ama il prossimo, che semina per dividere il raccolto con chi ha fame e per donare i frutti a chi verrà domani. E’ il nostro popolo, è la patria reale cui apparteniamo anche noi e che si contrappone alla chiassosa politica degli “slogan virtuali”.

FINALITA’ E NATURA

VISIONI CONTEMPORANEE ( Progetto per il Paese) è un’Associazione Politica – Culturale che  mira a sviluppare e realizzare le sue idee e i suoi progetti in tutti gli ambiti della POLIS, al fine di intercettare i bisogni della comunità e porsi come punto di riferimento per il cittadino. Per il perseguimento dei suoi obiettivi si pone come associazione “aperta”, ovvero un luogo dove chiunque abbia la volontà e la determinazione di occuparsi dei problemi della Polis può avere l’opportunità di operare per il miglioramento sociale ed economico della comunità.

NUOVO MODELLO POLITICO-CULTURALE

L’Associazione si fa portatrice di un nuovo modello politico- culturale basato sulla trasparenza dell’attività dei decisori pubblici in tutti i livelli di governo e sulla concezione della politica come servizio alla comunità. Questo nuovo modello non può prescindere da un rapporto virtuoso tra eletto ed elettore, realizzabile attraverso un rafforzamento della comunicazione istituzionale e la partecipazione della società civile ai processi decisionali, riportando la “persona” e i suoi “valori” al centro della vita politica.

VALORI DI RIFERIMENTO

I valori a cui si ispira l’Associazione, nella sua azione politico-sociale, sono quelli propri delle liberal-democrazie occidentali, ovvero la combinazione del principio liberale dei diritti individuali con il principio democratico della sovranità popolare. A questa virtuosa commistione di principi e diritti va necessariamente aggiunto il principio della solidarietà sociale e della sussidiarietà, per dar vita a un modello politico che può definirsi “liberalismo solidale”. In tal senso, alle regole basilari del libero mercato e della globalizzazione deve unirsi necessariamente una solidarietà sociale che vada incontro alle esigenze di coloro ( persone, famiglie , comunità ) che non riescono ad inserirsi a pieno titolo nell’organizzazione politica, economica e lavorativa della società. Il liberalismo solidale si inserisce nel solco dei diritti fondamentali previsti nel “ principio di uguaglianza sostanziale “ fatto proprio nella costituzione italiana nell’art. 3 comma 2.

Tuttavia, il principio di sussidiarietà contemplato nel liberismo solidale non si deve tradurre in un modello di assistenzialismo di Stato fine a se stesso. Ad un solidarismo cieco e all’elargizione di aiuti a “chiunque”, l’aiuto  statale ( elargito anche e soprattutto con il tramite delle associazioni )  deve essere transitorio a chi “ è rimasto indietro “ di rientrare a pieno titolo nel mondo del lavoro e riappropriarsi cosi della dignità di cittadino inserito di diritto nella società civile.

In questo quadro l’interventismo dei pubblici poteri, laddove non possono o non vogliono arrivare, deve essere delegato alle associazioni preposte in ambito socio-economico, mentre il “peso” dello Stato, al fine di dare nuovo slancio alle attività produttive interne, deve farsi sentire in ambito internazionale cercando nuovi mercati dove le imprese italiane possano esportare (partenariati, intese di cooperazione, alleanze economiche strategiche ).

INDIPENDENZA POLITICA

Per il perseguimento dei suoi fini politico-sociali l’Associazione resta indipendente dai partiti e nei partiti, ovvero agisce nell’ambito di una o più forze politiche di riferimento in posizione non subalterna, forze politiche individuate dagli organi direttivi, e previa consultazione con le diramazioni territoriali, in base alle esigenze contingenti dell’Associazione. Questo tipo di azione politica deve ritenersi comunque transitoria, in attesa che l’Associazione possa competere politicamente nel contesto locale, regionale, nazionale ed europeo in modo autonomo o come parte di una coalizione

 PRESENZA SUL TERRITORIO

L’Associazione promuove e favorisce le articolazioni territoriali ad essa collegate. Queste associazioni sono dotate di ampia autonomia nella sfera organizzativa, amministrativa e contabile non che nella gestione di eventi e iniziative a livello territoriale. Le realtà legate all’Associazione sono libere di decidere la linea politica e le alleanze elettorali in modo autonomo, purché non in contrasto con i valori e l’identità su cui si fonda l’Associazione.

 

2 – VALORI GUIDA.  I VALORI DELLA PARTECIPAZIONE E DELLA SOLIDARIETA’

Chi guarda dall’esterno il mondo chiuso e autoreferenziale della politica italiana avverte quasi un senso di vuoto: come una frana misteriosa che ha fatto cedere il terreno e ha interrotto di colpo il cammino delle idee.

I valori a cui si ispira  l’Associazione nella sua azione politico-sociale, sono quelli più elevati dell’Occidente, ereditati dalla filosofia greca, dal diritto romano e dalla fede cristiana, esaltati dal Rinascimento e riassunti dal Risorgimento.

 

LIBERTA’ E UGUAGLIANZA

Nei secoli passati questi due valori sono stati fonte di scontri durissimi. L’interpretazione radicale di entrambi, svincolata l’una dall’altra è stata la causa prima di quanto di peggiore gli Stati Europei possano aver mai manifestato a livello mondiale. Per noi, a partire dai Principi sopra elencati, è possibile una virtuosa commistione valoriale fra la forma di Stato liberal-democratica e la giustizia sociale. Per arrivare a ciò  è fondamentale pensare come spazio del dominio di sé la giustizia come pratica del servizio del prossimo.

Liberalismo solidale

Il modello ideale che vogliamo seguire potrebbe essere definito come “liberalismo solidale “, dove la prima parola descrive la forma di uno Stato non ingerente ma sussidiario e la seconda indichi il valore che fonda l’indirizzo economico. In tal senso, la nostra visione non si porrebbe come astratta o utopistica, ma concreta e possibile, perché si rivolge alla mente e al cuore di ogni singolo attore sociale, pubblico e privato.

 CENTRALITA’ DELLA PERSONA

Se non si vuole rinunciare agli ideali della democrazia (libertà, uguaglianza, partecipazione e solidarietà), non si può ulteriormente procrastinare la ristrutturazione della rappresentanza politica, perché torni ad essere espressione effettiva della società.

Il modo più efficace di rigenerare la democrazia rappresentativa è di rimettere al centro della vita politica il cittadino che partecipa ativamente alla vita pubblica, puntando cioè ad una democrazia che si governi con l’azione dei cittadini nella società e nelle istituzioni.

Per ottenere questo bisogna collegare la partecipazione civica e politica dei cittadini ai valori democratici della solidarietà e dell’equità sociale. Ma questa a sua volta implica la capacità di superare logore discriminanti ideologiche.

Si tratta insomma di promuovere una “democrazia dal basso” in aperta discontinuità con l’ancora vigente modello autoritario dei partiti novecenteschi, che hanno legittimato le vecchie oligarchie, perpetuandone la inamovibilità per la loro reale o presunta capacità di gestire i conflitti istituzionali.

Solo la condivisione di valori comuni, ad iniziare dalle istanze di solidarietà espresse dalla società moderna, permetterà di superare le false suggestioni dei partiti personali per approdare a un partito di persone, e cioè :

– una organizzazione  politica  che contrasti il diffuso deficit di partecipazione incoraggiando l’esperienza di forme di “democrazia deliberativa” attraverso la legittimazione di processi decisionali “di base” che si svolgano con metodo di dialogo in comunità locali di persone legate da interessi civici o economici;

– una organizzazione politica  che predisponga strumenti di formazione di alto livello specie per i giovani e che privilegi la costruzione di strutture organizzative “leggere”, ma fondate su idee, opinioni e programmi “forti”.

Le dottrine liberiste e socialiste si scontrano da due secoli nell’affermazione, rispettivamente,della centralità del mercato e dello Stato, come punto focale per la realizzazione di una società giusta. Ma in un caso l’uomo è ridotto ad ingranaggio di un sistema economico che in nome del consumismo logora la persona e il suo ambiente; nell’altro è svalutato a mero mattone che costituisce la piramide gerarchica statale all’interno della quale ogni specificità è artificiosamente resa nulla. In entrambe le dottrine la dignità dell’uomo è inconsiderata e vilipesa. Noi riaffermiamo con forza la centralità della persona umana, integralmente intesa, per la quale tanto il mercato quanto lo Stato sono un mezzo e non un fine.

SOLIDARIETA

La solidarietà è quel forte legame di interdipendenza che dà valore alla socialità e che lega ogni persona umana al contesto di appartenenza. Tale vincolo è il solo che può spingere l’umanità verso una sempre più convinta unità, in nome della dignità e della fraternità universale.  La solidarietà, termine del diritto romano, significa “legame in solido”, cioè quella particolare condizione giuridica che lega ciascuno dei contraenti a rispondere per l’intero e non solo per la propria parte: ognuno, in una società solidale, compone una porzione diversa dello stesso corpo, e non vive né in concorrenza né in omologazione con le altre.

SUSSIDARIETA

La sussidiarietà è il principio chiave del rapporto fra società superiori e inferiori, per il quale le prime non devono usurpare le prerogative ne avere ingerenze nei confronti delle seconde. Se il primato nella società spetta alla persona umana, allora dal basso verso l’alto alle libere aggregazioni deve essere lasciate la possibilità di raggiungere l’autorealizzazione, assicurandosi le condizioni necessarie e assumendosi personali responsabilità. Scopo delle società superiori è solo quello di garantire ciò che le inferiori non riescono e vigilare sul rispetto della dignità di ciascuna persona (fisica e giuridica).

BENE COMUNE

Fine di tutto l’agire politico è il bene comune, vale a dire l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono tanto ai gruppi quanto ai singoli membri di raggiungere la propria integrale perfezione più pienamente e rapidamente. Si tratta di un obiettivo costante, che non può essere raggiunto tramite un modello economico o giuridico specifico  e assoluto. Esso si basa sulla natura sociale dell’essere umano ed è al di sopra degli interessi particolari e degli egoismi corporativi. Non consiste nella semplice somma dei beni particolari di ciascun soggetto del corpo sociale e non è la somma dei cosiddetti “beni comuni”, perché non si tratta di una oggettività esclusivamente materiale ma, di una realtà umana e, in quanto tale, si compone di una parte anche spirituale.

3 – PRINCIPI NON NEGOZIABILI

Vogliamo definire Principi quei punti inamovibili della nostra posizione politica, non soggetti a mercanteggiamenti e fuori dallo spazio della virtuosa contrattazione e della diplomazia : i nostri principi non sono pertanto negoziabili in alcun caso. Dal macro al micro-cosmo sono :

Il PERSEGUIMENTO DELLA PACE, il rifiuto radicale e assoluto della violenza e del terrorismo. Dai soprusi contro le donne,bambini, anziani, malati, nelle case dei privati, alle guerre internazionali, l’unico binario per una pace vera è costituito dalla giustizia e dalla carità.

Il DIRITTO DI LIBERTA ‘RELIGIOSA e di espressione della propria fede, nei soli limiti del principio precedente. Uno Stato laico acquisisce il comparto valoriale  di ogni credo, per il perseguimento del bene comune, senza dimenticare le proprie origini, identità tradizioni ed esperienze generatrici.

La TUTELA SOCIALE DEI MINORI E LA LOTTA ALLE MODERNE FORME DI SCHIAVITU’. Il grado di civiltà di un popolo si misura dall’arte e dalla difesa dei più deboli: per questo definiamo come principio non negoziabile l’impegno per la salvaguarda e la tutela degli ultimi, di tutti coloro che non possono proteggersi da soli, dai bambini ancora non nati  fino agli anziani, dalle persone colpite da disabilità ai malati terminali, dagli schiavi della droga o del gioco alle persone che non riescono ad arrivare a fine mese.

Il DIRITTO E DOVERE DEI GENITORI DI EDUCARE LIBERAMENTE I PROPRI FIGLI. Le dittature si sono sempre  caratterizzate anche per l’ingerenza nella formazione delle nuove generazioni. Noi rifiutiamo l’immagine di uno Stato accentratore e paternalista che pretenda di entrare nelle scelte educative  della famiglia.

Il SUPPORTO E LA PROMOZIONE DELLA FAMIGLIA è la prima fonte di vita e di sostentamento della società stessa. In essa nascono e vengono cresciuti i futuri cittadini. Maggiore serenità e solidità  hanno i nuclei familiari di un paese, maggiormente responsabili e affidabili saranno i futuri cittadini.

La CENTRALITA’ DELLA PERSONA UMANA E LA SUA UNIVERSALE DIGNITA’ è il principio fondamentale dal quale discendono tutti i precedenti. L’unico modo per non cadere in nuovi razzismi è riconoscere nella vita umana la sua sacra e inviolabile personalità, indipendentemente da ogni status sociale o individuale. La pari dignità di ciascuno non si raggiunge nel semplicistico dare uguali diritti e doveri a tutti. In alcuni casi è necessaria una tutela maggiore, in altri si può invece chiedere un onere maggiore. Per tale motivo nel combattere ogni forma  malevola di discriminazione è ugualmente sbagliato cadere nel relativismo morale e definire indifferenziate realtà sociali oggettivamente diverse.

4 – PERCHE’ SIAMO NATI

L’Italia è in una situazione di allarme. Le cifre sono loquaci e imparziali.  A parte la momentanea e propagandistica enfatizzazione di alcune di queste cifre stesse. La disoccupazione, in primo luogo giovanile, ha toccato livelli record provocando un’autentica emergenza sociale. Ogni giorno molte imprese chiudono per il crollo dei consumi e una pressione fiscale abnorme. Negli ultimi anni la sostanza dei problemi è rimasta irrisolta. Le misure di austerità hanno prodotto recessione senza diminuire il debito pubblico,ora al suo massimo storico.  I cambiamenti promessi si sono rivelati annunci infondati. Intanto, nell’agorà mediatica, sono state  demonizzate e giustiziate tutte le voci critiche sulle scelte confuse e contraddittorie dei governi nati per realizzare salvifiche politiche di austerità. Sono mancati dei seri progetti  globali nati  che i non pochi italiani pronti a scommettere sul futuro avrebbero senz’altro contribuito a realizzare anche a costo  di sacrifici personali e collettivi. E’ prevalsa la cultura della cricca , del tornaconto individuale o di categoria. Eppure le organizzazioni degli imprenditori, dei lavoratori, degli artigiani, dei professionisti, avevano dato la loro fiducia e il loro appoggio, nonostante il malcontento e la rabbia dei loro iscritti e senza mettere in discussione il primato della politica. In tutti i sistemi liberali più moderni i leader, più o meno carismatici, siano essi attori o protagonisti di successo delle serate televisive, non sono oracoli o guru o stregoni. La loro funzione di guida si afferma non solo dominando la scena televisiva o le piazze, ma sulla base di idee chiare e programmi definiti. Servono progetti capaci di porre mano sistematicamente ai grandi problemi che abbiamo di fronte. C’è chi spera di mitigare il disagio di alcune categorie limitate di lavoratori dipendenti con piccoli e strumentali sgravi fiscali, mentre i pensionati sono stremati con provvedimenti iniqui e il ceto medio – la spina dorsale  della nostra democrazia –  è letteralmente aggredito dagli aumenti di tasse e sugli stessi risparmi. Gli insegnanti, una categoria fondamentale per la formazione dei giovani e della classe dirigente del nostro Paese dimenticati e penalizzati. Le misure adottate non garantiscono peraltro l’equilibrio  dei conti pubblici e se ne prospettano altre che ridurranno ancora di più i redditi delle famiglie e diffonderanno paura e incertezza per il futuro. Cosi crolleranno i consumi, gli investimenti e l’occupazione: Chi crede che la crescita sia generata attraverso operazioni minime di redistribuzione della ricchezza obbedisce a vecchie pulsioni ideologiche e non tiene conto di quanto vorace sia in Italia il regime di tassazione  falsamente progressiva. Per questo è ormai indispensabile prevedere un fattibile progetto di riduzione della pressione fiscale. Intanto si annebbia il buonsenso degli Italiani fingendo di abolire le Provincie, che in realtà sono state trasformate in nuove costosi enti inutili governati da funzionari  e non da eletti del popolo;  raccontando una riforma Costituzionale  ( bocciata fra l’altro dal referendum del dicembre del 2016 ) fatta  di inesistenti semplificazioni del processo legislativo, come la trasformazione del Senato in un’assemblea di non eletti decisi dai partiti e con il potere di concorrere alla elezione del Capo dello Stato, dei giudici della Corte Costituzionale e dei membri del Consiglio Superiore della Magistratura. E invece, per motivi del tutto ignoti, è di fatto svanita la riforma più urgente e utile: quella delle Regioni dove si annidano i maggiori centri di spesa e di sprechi. Anche in materia di queste riforme andrebbe elaborato e sostenuto un serio e organico progetto di riforme delle nostre istituzioni. Cosi il Paese scivola verso un logoro ed esagitato leaderismo, lontano anni luce dai modelli delle grandi democrazie occidentali. Eppure il leaderismo è stato l’abbaglio degli ultimi due decenni durante i quali l’Italia ha perduto terreno nella competizione mondiale e oggi non è in grado di offrire prospettive e speranze alle generazioni dei giovani. Noi non pensiamo che il declino sia inevitabile, ma che la conseguenza dell’inerzia sembra aver contagiato tanti di noi.

Dobbiamo reagire, organizzarci, preparare le condizioni per la nascita di una forza che si proponga di far crescere l’economia, vale a dire la sola strada  per scongiurare il rischio che il debito pubblico distrugga il nostro futuro.  Per raggiungere questo scopo occorre un progetto di crescita credibile e non un’accozzaglia di proposte pasticciate e vaghe. A tal fine l’Italia dovrà ottenere che le risorse  di cui ha bisogno per gli investimenti produttivi siano escluse per alcuni anni dai calcoli sulla  disciplina di bilancio prevista dalla Unione Europea. Occorre legare il rigore dei conti pubblici a misure espansive capaci di portarci fuori da una crisi che non sembra mai finire.

Non dimentichiamolo. L’Italia è tra i paesi che hanno fondato l’Europa, ovvero una straordinaria comunità di uomini liberi che devono restare padroni del loro destino. L’Europa deve ripartire da lavoro e welfare e andare avanti con le riforme, insomma più Europa per fermare i populismi. Solo cosi possiamo difenderci da giganti come la Cina e l’India.   Siamo l’Europa dell’Umanesimo e del Rinascimento, di Pascal, dell’Illuminismo e della ragione come idea  fondativa dello sviluppo umano.

E non ci sono parole più belle di quelle di Papa Francesco “ L’Europa non è un’insieme di regole  da osservare, non un prontuario di protocolli e procedure da seguire.  L’Europa  davanti a sé non ha solo una inevitabile vecchiaia, ma la possibilità di una nuova giovinezza.  E la speranza la può ritrovare  nella solidarietà che  è anche l’antidoto ai nuovi populismi. “ Populismi che “ fioriscono proprio dall’egoismo , che chiude in un cerchio ristretto e soffocante e che non consente  di superare la limitatezza  dei propri pensieri e guardare oltre”.

Papa Francesco ha voluto anche lanciare un richiamo a ritrovare i valori dei Padri fondatori, come Alcide De Gasperi “ all’origine della civiltà europea si trova il cristianesimo, senza il quale i valori occidentali di dignità , libertà e giustizia  risultano per lo più  incomprensibili”. Ma Papa Francesco ha voluto anche lanciare un monito a colmare “il vuoto di memoria “ e ricordare che l’Europa è nata sulle “ferite della seconda guerra mondiale in un mondo che conosceva bene il dramma di muri e divisioni”.  Bisogna puntare sull’uomo e non solo sull’economia e avere la forza di scommettere sul futuro di un’Europa che merita di essere costruita.

Solo una politica e un’economia affrancate dalla corruzione potranno dare nuovo slancio al nostro Paese. Sulla base di queste convinzioni rivolgiamo un appello alle donne e agli uomini che, pur vivendo questa  fase con preoccupazione, sono convinti che tutti insieme possiamo ancora farcela. La gravità del momento merita un’aperta e franca discussione. Cosi si potranno gettare le basi di un Progetto Italia per  prossimi vent’anni.

 

5- L’AZIONE

Crisi della rappresentanza politica e dei partiti

Nella storia del secondo dopo guerra mai come in questi ultimi anni l’élite politica, pur cosi scarsamente rappresentativa delle articolazioni sociali, è stata tanto onnipotente nella gestione della cosa pubblica: Il risultato è stato una vera e propria regressione oligarchica della nostra democrazia, la quale a sua volta ha prodotto non solo il dissolvimento delle politiche di welfare ma anche – sul piano civico e istituzionale – la polverizzazione dei circuiti virtuosi tra aspettative dei cittadini e risposte del sistema politico.

La fine dei partiti intrisi di ideologie del Novecento, invece di aprire le porte alla modernità, sembra aver generato figli mostruosi: un leaderismo ambiguo, fatto di cinismo che non concede ai suoi avversari neppure un minimo di coscienza critica e di buonafede.

La politica sta diventando uno strumento di distruzione e non di costruzione.

L’Italia sta lentamente declinando, nel Mezzogiorno la disoccupazione giovanile è al 60 per cento: Nel Paese l’esercito dei senza lavoro ha raggiunto la dimensione impressionante di tre milioni e quattrocentottanta mila  persone: è il dato più alto dal 1977. Per la prima volta volta sono diminuiti perfino i consumi alimentari. Sta nascendo davvero un’altra Italia, ma rischia di essere infinitamente peggiore di quella nella quale siamo nati e abbiamo vissuto.

La sconfitta più grave è stata inferta alle giovani generazioni, alle quali è stato sottratto l’ascensore sociale che consentiva ai meritevoli di farsi largo nella vita. L’ascensore sociale si è inceppato: tutto è affidato alle relazioni, il merito non conta più. La politica offre l’esempio peggiore: non ci sono gradini che qualcuno potrebbe salire con le proprie forze. Si diventa parlamentari attraverso la nomina decisa dal leader e ministri per cooptazione. La competenza non è richiesta e si vede dalla scelta dei titolari di certi ministeri.

La famosa rottamazione si è rivelata un gioco di potere: sono state rottamate alcune persone ma si è conservato intatto il meccanismo che ha trasformato la politica nell’affare  di una casta.  L’Italia di oggi ci sembra soprattutto un paese frastornato e impaurito.

Il dato più preoccupante, oggi, sullo stato di salute dei principi e delle procedure della nostra democrazia è la progressiva disaffezione della maggioranza dei cittadini nei confronti delle istituzioni politiche nazionali e locali. Iniziata come delusione per il modo in cui i politici hanno gestito per decenni la cosa pubblica , essa è poi diventata volontaria autoesclusione da ogni forma di partecipazione ai processi decisionali collettivi, con la conseguente cessione di sovranità a ristretti ceti di partito e di governo.

Comunità di riferimento

L’Associazione, nell’ambito della sua azione politica e sociale, considera di fondamentale importanza intercettare i bisogni dei singoli quartieri e località delle città. Solo cosi  si può riuscire ad effettuare gli interventi giusti nel posto giusto e ottimizzare le risorse a disposizione.

Riforme istituzionali e riduzioni costi della politica

In ogni democrazia compiuta le norme costituzionali inerenti i rapporti tra organi dello Stato devono conformarsi alle evoluzioni sociali , economiche e politiche. Di conseguenza, anche la Parte seconda della Costituzione deve essere soggetta a modifiche o integrazioni che rendano più  virtuoso il rapporto tra poteri pubblici e cittadini, anche nell’ottica del contenimento delle spese dell’apparato statale, ma tale impianto di riforma dovrà essere largamente concordato e condiviso in ambito parlamentare e non imposto dal governo di turno.

Cultura e ricerca scientifica

L’Associazione promuove e sostiene la cultura e la ricerca scientifica in tutte le sue diramazioni attraverso iniziative e progetti che facciano emergere la creatività e l’eccellenza, in un Paese dove la formazione è sempre stata relegata ad un ruolo di secondo piano: Università, scuola di ogni ordine e grado e centri culturali costituiscono il luogo privilegiato, ma non l’unico, per promuovere tutti quegli eventi che possano contribuire ad arricchire il bagaglio culturale dei cittadini nonché per assegnare borse di studio agli studenti meritevoli.

Per quanto concerne l’Università e tutte le polemiche  che stanno montando in questi ultimi anni, non si può sottacere che il sistema non regge più: esiste uno scollamento tra ingressi e uscite ( per quello che riguarda la docenza )  e la formazione  degli studenti stessi (proliferazione di corsi inutili e “vecchi” nei contenuti). Il sistema universitario, inconsapevolmente  non aderente alla mutata realtà, ha fintamente fatto riferimento  ad una non aderente  qualità della ricerca, senza tener conto  che la stessa ricerca  ( con la trasmissione  dei saperi che ha come conseguente logica  anche la didattica ) non è data da singoli prodotti di singoli ricercatori ( il Professore è il primo ricercatore di una comunità scientifica) ma da un processo lungo e mai lineare ( con successi e insuccessi).

Lo stesso  procedimento  volto ad ingabbiare la ricerca in parametri  quantitativi, non fa altro che interrompere il flusso di informazioni utili alla ricerca stessa  ( a causa  della “competizione”, perché condividere notizie ed esperienze utili ai pocessi di sviluppo? ): è mai possibile quantificare la ricerca e,  di conseguenza,  tra ricercatori e strutture  di ricerca? Tutto ciò è privo di logica  e serve ad affossare ancor più il Sistema-Università .

Lo stesso dicasi dall’aver trasformato  in “Azienda” l’Università italiana: con un Paese  frammentato socialmente ed economicamente, che senso può avere una simile sistemazione organizzativa?

Per non parlare  delle procedure di valutazione ( la VQR) dannose e disperatamente  autoreferenziali ( appare , piuttosto, come un organismo che vuole sopravvivere alla sua catastrofe,dato che le comunità accademiche ne hanno contestato più volte  i metodi e le metodologie ). E si continua ancora  con l’arbitraria distinzione delle riviste  scientifiche in fasce: la rivista è scientifica oppure non lo è! E si sottrae  anche sulle procedure dell’Abilitazione Scientifica Nazionale, che hanno ridato ampio potere ai criteri di cooptazione.

Alla luce di queste sommarie considerazioni, non si può non sperare  in una riforma di un Sistema Universitario che vada ad indirizzare  le risorse  anche per il Sud del Paese e le sue ottime Istituzioni Universitarie e di ricerca.

Deregulation

Sia per dare una spinta propulsiva allo sviluppo economico e all’iniziativa privata, sia per rendere più snelle le procedure burocratiche, è necessaria un’ampia deregolamentazione finalizzata alla semplificazione legislativa e amministrativa, nonché l’abolizione o comunque il ridimensionamento degli ordini professionali.

Giustizia

L’Italia è collocata al 157° posto nella graduatoria relativa alla durata dei processi civili stilata alla fine del 2011 dalla Banca Mondiale. Ma anche  in sede europea il nostro Paese è stato più volte messo “ alla sbarra “ per la lentezza dei processi civili che va a penalizzare anche l’economia e il settore degli investimenti esteri. Nei paesi con una giustizia civile lenta e inefficace è molto più difficile ottenere l’accesso al credito, quindi è molto più basso i il tasso di nascita di nuove imprese e di conseguenza anche la possibilità di creare lavoro. Questo trend va invertito.

Immigrazione

L’Associazione promuove una politica di flussi programmati in base alla capacità recettiva del paese. Al di fuori dei flussi programmati e laddove non è previsto il diritto di asilo politico. L’Associazione sostiene programmi di aiuti economici nell’ambito della cooperazione internazionale, finalizzati a favorire lo sviluppo dei paesi arretrati in modo che i loro cittadini non siano costretti  a sradicarsi per cercare altrove una sicurezza economica.  Nei paesi dove questa elargizione di aiuti è resa di difficile applicazione a causa di instabilità  politica o guerre civili, il governo italiano si deve far promotore della costituzione di una forza di intervento militare multinazionale in ambito europeo o ONU, al fine di ristabilire la pace, la sicurezza, il rispetto dei diritti umani.

Sanità

L’Associazione si fa promotrice di iniziative legislative per introdurre un’ampia riforma sanitaria in cui sia centrale la meritocrazia per l’accesso e la progressione di carriera nell’ambito delle professioni mediche, paramediche ed amministrative, siano ottimizzate le risorse a disposizione delle strutture sanitarie e sia aumentata la qualità dei servizi offerti al cittadino.

Il problema fondamentale è quello di evitare fasce del Paese che non possano accedere ad una sanità efficace e efficiente. E’ indubbio che in alcune zone d’Italia la sanità sia più funzionante di altre. Ciò non solo per tradizione e capacità di spesa di Aziende sanitarie e Regioni, ma anche perché il baricentro, nei pensieri dello Stato, si è spostato ancor più verso il nord del Paese.

Allora si deve invertire la tendenza e far si che anche in altre parti d’Italia, soprattutto nel Centro-Sud,  si evitino i viaggi della speranza. Metodologicamente  si potrebbero incentivare le ASL a stringere accordi con quelle più virtuose del Paese  e far si che i medici ospedalieri possano prestare la loro opera , una settimana al mese, presso le strutture migliori del Paese . Tutto ciò al fine di acquisire una sempre maggiore dimestichezza con tecniche e pratiche mediche e anche al fine di fare Scuola.

Rapporti internazionali e politiche comunitarie

L’Associazione sostiene  la partecipazione dell’Italia a quelle organizzazioni sovranazionali che promuovono la cooperazione e lo sviluppo economico e sociale delle proprie comunità, in linea con il dettato dell’articolo11 della costituzione. In tal senso l’Associazione considera irrinunciabile il ruolo del nostro paese all’interno delle organizzazioni internazionali già  esistenti e di cui fa parte a pieno titolo : ONU, UE, NATO,OCSE,WTO, FMI, Banca mondiale, Consiglio d’Europa.

L’Associazione in sede comunitaria sostiene tutte quelle iniziative che abbiano come fine la costituzione di una struttura federale dell’Unione  Europea: Tuttavia, al fine di rendere più efficace il concetto di “ interesse nazionale “, l’Associazione promuove iniziative legislative per porre degli Opt-out relativamente alla normativa e ai trattati UE, in materie individuate sulla base delle necessità del paese.

 

6 – IL FALLIMENTO DEL LEADERISMO

 

Negli ultimi venti anni molti italiani hanno pensato che fosse conveniente o inevitabile affidarsi ad un leader forte: un trascinatore  indiscusso in grado di designare ministri e deputati e di risolvere da solo, come in una magia, le difficoltà del paese. E’ stato perfino accettato o subito che i deputati, che in tutte le democrazie del mondo vengono di solito scelti dagli elettori, fossero nominati da una manciata di leader a capo di partiti personali, governati talvolta soltanto per mezzo di imperiosi proclami.  Si è diffusa una infatuazione collettiva per il cosiddetto leaderismo, incarnato da personaggi che hanno dato l’impressione di poter liberare il paese dai riti inconcludenti della vecchia politica per trascinarlo, vincendo di slancio le resistenze e saltando gli ostacoli, nella modernità.

Il leaderismo ha mietuto consensi perché è sembrato determinato a lottare contro gli incubi che ormai assediano la nostra vita: la burocrazia che ci rallenta e ci esaspera , l’inefficienza e le miserie di una repubblica invecchiata.  Il leaderismo, infine, è apparso come lo strumento che  avrebbe consentito di recuperare il tempo perduto, imponendo soluzioni semplici e veloci a problemi da troppi anni irrisolti. Ha preso corpo cosi un’illusione euforica, alimentata dalla propaganda invasiva degli spettacoli televisivi, e una valanga di chiacchiere, spacciate per programmi di lavoro con innegabile abilità di comunicazione, ha sostituito la politica, ma non ha prodotto che il nulla.

Senza un progetto serio, un’idea o un pensiero mediato, il paese è precipitato nella recessione. In un rapporto redatto dagli analisti di Brigdewater Associates ( uno dei fondi di investimento più importanti del mondo ) si legge testualmente : “ Le condizioni in Italia sono depresse come non lo erano mai state dalla fine della seconda guerra mondiale. E poiché  l’economia italiana non è competitiva, queste condizioni probabilmente persisteranno. “

Dopo l’annuncio di rivoluzioni miracolose, e tante promesse svanite, lo smarrimento degli italiani è evidente. Comincia ad essere sempre più chiaro che è sbagliato il modo attuale di concepire la politica.  Il leaderismo è un fenomeno sconosciuto nelle nazioni occidentali. L’uomo solo al comando esiste solo nelle periferie del mondo. Negli Stati Uniti, in Germania, in Francia i leader sono personalità di rilievo che svolgono una funzione di guida per un determinato periodo, il loro potere non è mai illimitato ed è sottoposto sempre  al controllo del Parlamento e della opinione pubblica. Negli Stati Uniti, la costituzione vieta che un presidente possa governare per più di due mandati: otto anni in tutto, per impedire che si crei un potere personale eccessivo, inconcepibile in una grande nazione. Anche per questo le nomine di competenza del Presidente – dagli ambasciatori ai vertici dei servizi di sicurezza – devono superare il vaglio severo del Senato. In Germania, il ruolo di  guida politica del Cancelliere è bilanciato dall’influenza che esercitano i capi regionali del suo partito: nessuno può essere onnipotente.

Le società moderne devono fronteggiare problemi ed eventi sempre più complessi che richiedono la riflessione e l’impegno di una classe dirigente vasta che di solito emerge – negli uffici, nelle professioni, nelle imprese, nelle organizzazioni del volontariato e nei sindacati – per meriti e quasi mai per cooptazione. Invece, nel nostro leaderismo il capo decide la “sua” classe dirigente e la impone nei ruoli di governo anche quando è palesemente priva delle qualità necessarie. Un sistema, questo, che porta inevitabilmente la superficialità al potere.

I partiti personali, frutto avvelenato di un leaderismo provinciale e inconcludente, non sono in grado di innovare niente. Erano la caratteristica della vecchia Italia prefascista, cosi diversa e lontana  dai più avanzati paesi europei. Per evitare un triste ritorno al passato, l’Assemblea Costituente redasse e approvò l’articolo 49 della mostra Costituzione, che recita : “Tutti i cittadini hanno  diritto di associarsi liberamente in partito per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale “. Rileggendo gli atti dell’Assemblea Costituente, un documento denso di passione civile, si coglie l’ansia dei padri della Repubblica di evitare la riproduzione della democrazia rattrappita dei primi anni del ‘900, quando i cittadini erano ammessi al voto ma non partecipavano alle decisioni politiche.

I nuovi  partiti, non più feudi di una persona, avrebbero dovuto costituire un collegamento permanente tra i cittadini e le istituzioni. Per rendere efficace il dettato costituzionale sarebbe stata necessaria una legge. Ma la legge non si fece.  Sicché i partiti subirono con il passare degli anni una trasformazione rovinosa : il leaderismo è stata la risposta sbagliata alla loro crisi.  Ma senza la partecipazione di tutti i cittadini forse sarà impossibile salvare l’Italia.

 

 

7 – QUALI REGOLE CI SIAMO DATI ? IL NOSTRO STATUTO

Abbiamo redatto il testo del nostro Statuto in conformità alla normativa vigente, in particolare al D.L. n. 149 del 2013.

Solo in materia finanziaria ci siamo discostati dalla normativa vigente, perché abbiamo ritenuto di darci regole molto più restrittive di quelle previste dalla legge.

–  Abbiamo fissato in 10 euro la quota di iscrizione annua  all’Associazione perché pensiamo che questa cifra sia più o meno alla portata di tutti , cifra che cercheremo comunque di ridurre il più possibile, anche perché non sono previsti compensi ai dirigenti, e non costituisca una barriera all’ingresso nell’Associazione di tutti coloro che lo desiderano. Dal canto nostro assicuriamo la più grande trasparenza della gestione e la redazione di un analitico bilancio delle nostre spese

– Accanto alla figura  del “tesserato” abbiamo previsto la figura del “simpatizzante” ( che non sarà tenuto a nessun pagamento ) allo scopo di avvicinare persone che, pur non ritenendosi pronte per impegnarsi attivamente nella Associazione, ne condividono gli ideali e vogliono essere informate sulle sue iniziative.

– E’ prevista  la costituzione di una “ Scuola di cultura politica “ che organizzerà vari tipi corsi e li strutturerà in modo che essi possano essere agevolmente seguiti, anche a distanza, da iscritti e simpatizzanti.

– Puntiamo con decisione su un forte decentramento territoriale e sulla costituzione di “gruppi” locali. Essi potranno assumere anche la forma di circoli e promuoveranno il dialogo e il dibattito di idee tra iscritti e simpatizzanti. I “gruppi” locali, comunque strutturati, saranno retti dalla regola della più ampia autogestione, in sintonia e collegamento con il livello nazionale, anche per quanto riguarda la scelta delle candidature in tutte le consultazioni elettorali che interessano il territorio del “gruppo” stesso.

8 – L’ITALIA HA BISOGNO DI UN “ PROGETTO – PAESE “

L’Italia soffre di molti mali che vengono da lontano: Sono almeno 20 anni che il nostro Paese cresce poco, e comunque mediamente meno dei nostri partners europei i quali a loro volta, crescono nel loro complesso meno degli Stati Uniti ( per non parlare della Cina). Senza un’adeguata cura, questi mali portano inevitabilmente al declino dell’Italia che sarà non solo economico ma anche etico-sociale: Se vogliamo evitare questo esito dobbiamo adottare opportuni e rapidi interventi. Questi non potranno essere costituiti, come è accaduto fin qui, da interventi occasionali, estemporanei, slegati e talora incoerenti, ma da una complessa strategia che coordini  sistema i diversi interventi in una prospettiva verosimilmente pluriennale. Proprio per dare la necessaria coerenza agli interventi, occorre un Progetto-Paese, un progetto che elimini ogni forma di improvvisazione nell’azione di governo e le conferisce la dovuta organicità senza la quale è vano pensare di uscire dalle difficoltà nelle quali ci dibattiamo. Il Progetto-Paese ci aiuterà a fare chiarezza sui nostri rapporti con l’Europa . Questo è un punto decisivo. Noi dobbiamo dare prova concreta all’Europa che vogliamo effettivamente, sia pure con la dovuta gradualità, rientrare nelle regole. Dobbiamo mettere da parte sotterfugi e arroganza perché lo esige la serietà del nostro Paese e perché alla lunga essi sono sostanzialmente inutili. Il Progetto, poi, aiuterà a risvegliare in noi cittadini il senso di appartenenza ad una grande Nazione, ricca di storia e di tradizioni e desiderosa di recuperare il posto che ha avuto in passato nella storia del mondo: oggi questo senso di appartenenza è pressoché smarrito, anche perché i governi che negli ultimi decenni si sono succeduti non hanno fatto nulla per tenerlo vivo, quando addirittura – pur senza volerlo – non hanno operato in senso opposto.

A parte tutto questo un grande Progetto-Paese è indispensabile per le due seguenti ragioni :

– per definire il ruolo che vogliamo avere in un mondo che diventa sempre più globalizzato;

– per sottoporre ad una radicale revisione la nostra macchina amministrativa, ormai obsoleta, costosa e sostanzialmente inefficiente.

9 – GLI ASSI PORTANTI DEL “ PROGETTO – PAESE “

Gli assi portanti del Progetto-Paese sono essenzialmente due :

– lo sviluppo dell’economia,

– l’attenzione ai soggetti deboli o, più in generale, la costruzione di un sistema di welfare rispettoso dell’uomo e della sua dignità.

Le due cose sono strettamente connesse: apparato produttivo e welfare sono inscindibilmente legati e, insieme, costituiscono l’unitario sistema socio-economico del Paese. A ben vedere la metafora della torta, pur tanto diffusa, è ingannevole per non dire sbagliata. Non ha molto senso, infatti, dire : prima ingrandiamo la torta e poi la distribuiamo. E ciò per la semplice ragione, che la dimensione della torta dipende da modo in cui intendiamo distribuirla. Produzione e distribuzione sono fenomeni interdipendenti nel senso che i meccanismi distributivi incidono fortemente sulla quantità della produzione. Non esiste, insomma, un “prima” e un “dopo”: vale a dire, prima produciamo e dopo distribuiamo.

La società alla quale puntiamo vede il welfare in una posizione centrale  e non, come accade oggi nel nostro Paese, in una posizione sostanzialmente residuale. Il welfare non può essere il volano per “aggiustare” i conti statali; le spese ad esso relative non possono occupare l’ultimo posto ma debbono essere ben più in alto nella gerarchia della spesa pubblica. Ci rendiamo conto che togliendo al welfare l’attuale carattere residuale, se ne irrigidisce l’onere e dunque si irrigidisce anche il bilancio dello Stato; cosi come ci rendiamo conto che, in concreto, ne derivano complessi problemi di sostenibilità: Ma tutto questo non può far venire meno la centralità del welfare in una società che non voglia perdere di vista l’uomo e la sua dignità. Naturalmente i conti  debbono tornare, altrimenti costruiamo castelli sulla sabbia. E per farli tornare dobbiamo crescere, dobbiamo mettere le nostre imprese in grado di competere alla pari sui grandi mercati internazionali, dobbiamo consentire alle tante persone che hanno idee e capacità innovative di esprimere al meglio questa loro attitudine.

Il problema della sostenibilità del welfare non va sottovalutato ma non va neppure ingigantito. Nel nostro Paese vi sono ancora ampi margini per recuperare efficienza, soprattutto attraverso una migliore organizzazione dei servizi che dia maggiore spazio agli effettivi portatori di bisogno e riservi allo Stato il ruolo non di produttore ma quello ben più importante di garante del buon funzionamento del sistema dei servizi.

Noi siamo convinti che una rivisitazione del nostro sistema di welfare oggi caratterizzato da sovrapposizione, alti costi di gestione e inefficienze libererebbe  risorse sufficienti a renderlo più efficace.

D’altra parte anche se vi fosse un problema di costo, rimarrebbe pur sempre la domanda: quale futuro può avere una società che non riesce  soddisfare i bisogni essenziali di una parte dei suoi componenti e perciò è soggetta a forti lacerazioni del tessuto civile che turbano costantemente la pacifica convivenza? Sarebbe molto miope un comportamento che guardasse solo agli aspetti di breve termine e non s’interrogasse sugli effetti di lungo periodo.

In questa materia la miopia viene, nel tempo, pagata pesantemente. Non si può ridurre un fatto di grande rilevanza etico-politica, un fatto di civiltà  – qual è un buon sistema di welfare – ad un mero problema di conti.  Prima di tagliare il welfare, negando a tante persone il”minimo vitale”, vanno esplorate altre strade per tenere  in equilibrio i conti pubblici.

Naturalmente non si esclude che in caso di crisi particolarmente gravi anche le risorse per il welfare possano essere tagliate. Ma questo dovrebbe avvenire solo adottando procedure, molto chiare, che stabiliscano in anticipo – ad esempio in sede di approvazione parlamentare dei bilanci  -come debbano essere fatti gli “aggiustamenti” dei conti qualora la finanza pubblica abbia un andamento difforme dalle previsioni e in quali specifiche condizioni possano essere ridotte le spese per il welfare.

Il nostro convincimento è che la rivisitazione del nostro sistema di welfare, possa liberare, a parità di condizioni, ingenti risorse e, sempre a parità di condizioni, possa migliorare la qualità dei servizi: Del resto basta guardarsi intono.  In campo sanitario, ad esempio, le persone veramente povere fanno fatica a curarsi e, quando in qualche modo ci riescono, debbono sacrificare spesso la loro dignità rassegnandosi a ricevere come una sorta di elemosina ciò che dovrebbero ricevere per diritto di cittadinanza. Molte patologie sono solo parzialmente curate e, spesso, proprio nella fase più delicata, il paziente viene abbandonato a se stesso. Una conferma di questa amara realtà l’abbiamo dalla circostanza che in Italia una delle principali cause dell’usura è proprio la sanità. Si può discutere quanto si vuole intorno all’usura e alla sanità. Resta il fatto che tra l’una e l’altra non ci dovrebbe essere alcuna connessione; e invece c’è ed è anche molto stretta.  Certo nella nostra sanità vi sono anche casi di eccellenza, dovuti per lo più all’abnegazione e allo spirito di sacrificio di alcune persone. Ma non basta qualche luminoso esempio per mutare il complessivo giudizio.

10 – OLTRE LO STATO, LA PERSONA

Per quanto ben costruito, per quanto integrato con un’infrastruttura sociale sul territorio, il sistema di welfare  lascia – nell’assistenza delle persone in difficoltà – comunque un vuoto che solo l’impegno gratuito e volontario e la partecipe attenzione dell’uomo ai bisogni dei propri simili può colmare. Dobbiamo renderci conto che le strutture più o meno burocratiche o burocratizzate per quanto ben congegnate, non possono fare quello che solo un rapporto personale – improntato ad amicizia e solidarietà – riesce a fare. Dobbiamo renderci conto, in altre parole, che la solidarietà istituzionale che fa capo allo Stato – anche quando è realizzata nel modo migliore, anche quando è realizzata a misura d’uomo – non basta. Occorre integrarla con la solidarietà individuale nelle diverse forme che essa può assumere in funzione delle caratteristiche e delle  attitudini delle persone che se ne fanno portatrici. L’idea che possa far tutto  lo stato è fallace non solo e non tanto perché esso non riesce a reperire i mezzi necessari ma perché, quand’anche  vi riuscisse, non sarebbe comunque in grado di dare alla sua azione la cosa più importante, la cosa che non si può comprare, vale a dire la capacità di dialogare di fare sentire all’altro amicizia e solidarietà.

La verità è che se vogliamo fare della nostra Comunità – o meglio delle nostre Comunità locali : piccoli e medi comuni e quartieri delle grandi città – delle autentiche Comunità solidali non basta impegnarsi  per realizzare un welfare sempre migliore; dobbiamo  saper andare oltre: dobbiamo scoprire o ricoprire l’importanza della partecipazione personale e dell’impegno volontario.

Ecco perché noi auspichiamo che nelle piccole e grandi Comunità locali sorgano Associazioni

di residenti con lo scopo di fare tutto quel che si può fare per migliorarne le condizioni di vita e per occuparsi di cose che un sistema di welfare – per quanto ben costruito – non può fare.

Queste Associazioni si dovrebbero anche proporre di diffondere -soprattutto tra i giovani – una cultura della solidarietà e di sviluppare in loro l’idea  che esistono certamente i diritti di cittadinanza ma anche che prima esistono i doveri di cittadinanza senza i quali i primi risulterebbero del tutto svuotati. Questa educazione è la premessa per avere cittadini più consapevoli e più disponibili, ad esempio ad accettare un aumento delle imposte per spostare verso l’alto l’asticella di quella che abbiamo chiamato Solidarietà istituzionale, come condizione per migliorare sempre più il sistema di welfare.

La nostra Associazione vede con grande favore queste forme associative – con scopi, per cosi dire, indifferenziati. Queste associazioni debbono coinvolgere il “meglio” della comunità senza distinzione di credo politico: il legame che deve unire gli aderenti non è l’appartenenza ad uno stesso partito, ma il rispetto per i propri simili e la consapevolezza profonda che al nostro simile in difficoltà dobbiamo prestare aiuto non perché ne proviamo compassione ma perché ne abbiamo il dovere.